La collezione di Riso – Le opere del primo nucleo

Nel cuore della città di Palermo, la storica dimora di Palazzo Belmonte Riso, quasi rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, dopo anni di abbandono, è stata restaurata dall’amministrazione regionale negli anni Ottanta e restituita alla cittadinanza prima come spazio per esposizioni temporanee, molte delle quali legate al contemporaneo, poi, dal 2005, come sede del primo Museo d’Arte Contemporanea della Regione Siciliana.
L’operazione culturale messa in atto per Palazzo Belmonte Riso testimonia oggi come ieri – quando, nel 1955, a Kassel, nella Germania postbellica, la prima edizione di Documenta fu allestita nell’unico edificio risparmiato dalla furia delle bombe – che l’arte vince sulla guerra e sulla violenza. L’arco di tempo trascorso tra le due azioni se da un lato conferma l’assenza di istituzioni atte a coordinare un piano programmatico di promozione del contemporaneo nell’isola (1), dall’altro, anzi proprio per questo, rende ancora più significativa la nascita del nuovo Museo.
Il Museo Riso oggi, con la direzione di Valeria Patrizia Li Vigni, è divenuto Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, in quanto comprende, accanto alla sede di Palazzo Belmonte Riso, anche il Museo Interdisciplinare di Terrasini con sede a Palazzo d’Aumale.
La collezione permanente di Palazzo Belmonte Riso, che è nata a partire dal 2005 con un primo nucleo di acquisizioni curato da Paolo Falcone e Valentina Bruschi, negli anni si è arricchita attraverso le attività del Museo e, a partire dal 2014, con le nuove strategie programmatiche, alla luce della mancanza di specifiche risorse, anche attraverso numerose donazioni, connesse alla realizzazione delle mostre.
Filo rosso della collezione, a partire dal primo nucleo, continua ad essere il legame delle opere e degli artisti con il territorio, legame che è divenuto criterio e linea guida di tutta l’attività portata avanti negli anni, con uno sguardo comunque imprescindibile al panorama internazionale.
Il primo nucleo della collezione presenta opere di artisti siciliani che, dal secondo dopoguerra in poi, hanno profondamente inciso nel rinnovamento dei linguaggi dell’arte contemporanea e sono stati di riferimento per le avanguardie in Sicilia, accanto a opere di artisti italiani o internazionali che lavorano o hanno lavorato nell’isola, chiamati anche per specifici progetti, e che sono state acquisite nell’intento di non disperderne le tracce e conservarne memoria, trasformando tali “passaggi” in significative permanenze foriere di sviluppi per il futuro.
Fanno parte della raccolta anche alcune opere rappresentative delle più aggiornate ricerche artistiche siciliane.
La ricomprensione del passato recente dell’arte contemporanea siciliana è, dunque, la direzione di senso della raccolta, nella quale ogni singola opera vale per se stessa così come per l’insieme che costituisce, un insieme in costante arricchimento, abbiamo detto, grazie alle nuove acquisizioni connesse sia alle attività del Museo – residenze d’artista, progetti e concorsi dello Sportello dell’Arte Contemporanea della Sicilia (S.A.C.S.) – sia alle donazioni, collegate all’ attività espositiva, e continuerà a riflettere, nel corso degli anni, la storia e l’identità culturale del Museo.
La raccolta prende le mosse a partire dal gruppo degli artisti siciliani, Antonio Sanfilippo, Pietro Consagra e Carla Accardi, che, dopo la prima formazione nell’isola, trasferitisi a Roma, nel cuore del dibattito sul rinnovamento delle arti del secondo dopoguerra, hanno dato vita nel 1947 insieme, tra gli altri, a Ugo Attardi, Giulio Turcato, Piero Dorazio, al movimento “Forma 1”, sostenendo la necessità di adeguare l’arte italiana ai linguaggi europei attraverso impegno politico e ricerca astratta.
Dell’Accardi, unica donna del gruppo, il Museo ha acquisito cinque opere esemplificative di alcuni momenti salienti di una ricerca artistica in costante rinnovamento e aggiornamento. Diversi Grigi e Materico su Grigio, entrambe del 1954, segnano il passaggio dalle iniziali scomposizioni formaliste ad una grammatica segnica, vicina all’arte informale, che concentra nel segno lineare, materico, radicalizzato nell’opposizione del bianco e del nero, l’energia del fare pittorico, voce dell’universo emotivo dell’artista. La ricerca sulla luminosità del segno-colore che caratterizza, a partire dagli anni Sessanta, la produzione artistica di Carla Accardi è rappresentata in collezione dalle due opere del 1964 intitolate Rotolo e da Rosso Verde, del 1967. Si tratta di lavori eseguiti sulla plastica trasparente, il sicofoil, sulla quale sinuose svirgolature di colore si stratificano in trasparenza conferendo all’opera qualità tridimensionali e installative in continuità con lo spazio dell’osservatore.
Tre le opere di Antonio Sanfilippo entrate a far parte della collezione – due Senza titolo, del 1958 e del 1961, e Dopo secoli, del 1963 – espressione di una personale ricerca sul segno colorato, dinamico e vitale, che si aggroviglia sulla tela, alternandosi a macchie di colore neutro. Il fitto ritmo delle pennellate, nella tela del 1961, si polarizza in accumuli paralleli di segni bianco-neri, simili a nuvole o gorghi fluttuanti nello spazio silenzioso del fondo. In Dopo secoli il segno minuto, quasi calligrafico, che caratterizza le opere del biennio ’62-’63 (prima degli “ingrandimenti” delle opere del biennio successivo) suggerisce una sorta restituzioni topografica dello spazio.
Di Pietro Consagra è stata acquisita l’opera Plastico in bronzo, del 1952, espressione paradigmatica di una ricerca condotta attraverso moduli astratti per conferire alla scultura qualità bidimensionali, liberarla dal peso della tradizione e farle ritrovare, nell’essenzialità della veduta frontale, nuove capacità di dialogo con lo spettatore.
Il legame con il territorio torna anche nei due artisti siciliani, attivi fuori dall’isola, presenti in collezione: Salvo ed Emilio Isgrò.
Del primo il Museo ha acquisito Salvo e Boetti come i sette Savi che scrutano il moto degli astri, del 1969, opera di fondamentale importanza nel percorso dell’artista, in quanto, pur se ascrivibile nel clima concettuale della Torino degli anni Sessanta, anche per l’utilizzo della tecnica extra artistica, si colloca in quella fase che immediatamente precede la svolta verso il figurativo e ne contiene già le premesse di riconoscibilità del soggetto.
Di Emilio Isgrò è in collezione Telex, opera su carta del 1973. L’artista, che dal 1964 ha dato avvio, nell’ambito del movimento della poesia visiva, ad una pratica artistica basata sulla cancellatura di parole e parti di testo con macchie di china, interviene qui su un testo simbolo della comunicazione telegrafica per conferire alle parole supersiti nuova forza semantica.
Sulla base delle linee guida della collezione e delle funzioni istituzionali proprie di un Museo preposto a conservare, tutelare e promuovere il contemporaneo nell’isola, muovendosi in direzione opposta a quanto precedentemente accaduto – ad esempio in occasione delle mostre Revort I, del 1965, e Revort II, del 1968 (3), quando neanche una delle opere esposte presso la Civica Galleria d’Arte Moderna di Palermo è stata acquisita lasciandone disperdere le tracce – Museo Riso ha acquisito alcuni lavori di artisti di fama internazionale realizzati nel corso di “passaggi in Sicilia” o nell’ambito di significativi progetti espositivi.
Di Giovanni Anselmo è stato rintracciato un disegno che nel percorso dell’artista rappresenta la pietra miliare. In La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16.08.65, Anselmo registra il momento in cui, per una particolare connessione di ora, spazio, luce, sulla cima dell’isola di Stromboli, si accorge che il suo corpo è privo di ombra. Da quella data la sua ricerca si delinea in ambito concettuale e poverista, focalizzandosi sull’essenza dei materiali, l’energia, la contrapposizione tra tensione e struttura.
Alla stagione espositiva palermitana degli anni Novanta risalgono le opere degli artisti Richard Long e Jannis Kounellis. Di quest’ultimo il Museo ha acquisito l’installazione di armadi, realizzata all’Albergo delle Povere nel 1993, nell’ambito della mostra curata da Mario Codognato, e riproposta dall’artista, nel 2008, nel salone del secondo piano di Palazzo Riso. Come un affresco, l’opera riveste l’intero spazio della sala, sul solco della tradizione barocca siciliana, ma con il linguaggio tipico dell’artista, tra i protagonisti dell’arte povera, che utilizza prodotti e materiali comuni. Gli armadi sospesi al soffitto, taluni con le ante aperte, rovesciano le fughe prospettiche e sconvolgono le leggi gravitazionali, creando un ribaltamento percettivo che rende l’osservatore protagonista di un’arte che non rappresenta, ma “presenta”.
Di Long sono in collezione il textwork A Sicilian Walk, che racconta del viaggio a piedi compiuto dall’artista, nel 1997, da Palermo ad Agrigento e Circle of life, opera che, esposta ai Cantieri Culturali della Zisa nel 1997, in una mostra curata da Mario Codognato e Paolo Falcone, è stata acquistata dal Museo e riproposta in una seconda versione dall’artista, nel 2008, presso la Fondazione Orestiadi di Gibellina. Qui la scultura di Riso, “museo diffuso” sull’intero territorio regionale, ha trovato nuova essenza e nuova leggibilità, coniugando le energie magnetiche della terra, espresse nel cerchio e nella croce degli assi cardinali in cui si dispone la pietra locale di Custonaci, alle energie di una terra, Gibellina appunto, che ha saputo rinascere dalle macerie nel nome dell’arte.
Le installazioni di Christian Boltanski, Monuments, Théâtre d’ombres, Véronique e Cappotti Neri, che focalizzano le tematiche care all’artista sulla transitorietà dell’esistenza umana, la morte e la memoria individuale e collettiva, risalgono al 2001, quando furono presentate a Palazzo Branciforti nella mostra Monte di Pietà ideata e curata da Sergio Troisi nell’ambito del “Festival di Palermo del Novecento”.
Testimoniano di altre presenze e di altri “passaggi in Sicilia” le opere di Paola Pivi e Luca Vitone, la prima presente in collezione con un Senza titolo che rappresenta l’isola di Alicudi fotografata da sott’acqua, il secondo con tre acquarelli realizzati con le polveri di Palazzo Riso, tre finestre sulla memoria del luogo, nel solco della poetica cara all’artista.
Le generazioni di artisti siciliani che variamente partecipano, negli anni Ottanta e Novanta, al dibattito sull’arte, entrano in collezione a partire da Croce Taravella, con le sue indagini visive caratterizzate da scolature di colore che trasfigurano il dato reale, per proseguire con il gruppo di pittori della cosiddetta “Nuova scuola palermitana”: Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Andrea Di Marco, Fulvio Di Piazza, i cui lavori si accomunano per la “dimensione onirica e favolistica”, intimista e introspettiva ad un tempo, secondo un modo di ritrarre il reale “che guarda indistintamente al cartoon più spensierato, al genere fantasy, alla fantascienza, alla fiction, alla letteratura noir, al film d’autore” (3).
Sono periodi fecondi per la città di Palermo, anni in cui le varie edizioni de “Il Genio di Palermo”, ideate da Eva Di Stefano per promozione dei giovani artisti a partire dal 1998, e proseguite sino al 2005, portano all’attenzione del pubblico e della critica molti giovani artisti entrati poi a far parte della collezione di Riso o dello Sportello per l’Arte Contemporanea della Sicilia.
Del Laboratorio Saccardi, pseudonimo degli artisti Marco Barone, Giuseppe Borgia, Toti Folisi e Vincenzo Profeta, è in collezione Mondello, opera contraddistinta da un’ironia, divenuta cifra del gruppo.
Presente anche Domenico Mangano, del quale il Museo ha acquistato il video La storia di Mimmo e la serie fotografica Voyage extraordin de J., lavori entrambi strettamente legati alla città di Palermo, alla sua gente, alla sua periferia, con uno sguardo tra l’ironico e il malinconico.
Le drammatiche immagini del reale, decantate dal procedimento di riproduzione cui l’artista, Francesco Simeti, le sottopone, entrano in collezione con l’opera Artificio, nella quale dietro l’apparente piacevolezza di una serie di nubi colorate, si cela la realtà di terribili esplosioni e la critica nei confronti di una superfetazione mediatica che azzera ogni significato.
Nello spazio museale di Palazzo Riso, luogo privilegiato di incontro con le opere d’arte, la raccolta ha trovato la sua forza comunicativa. Luogo di conoscenza, dunque, di produzione e di interscambio, il Museo intende radicarsi nel territorio e dialogare con esso anche attraverso le attività portate avanti dal Settore Educazione con l’obiettivo di contribuire alla diffusione dei linguaggi dell’arte contemporanea. La collezione, infatti, consente di mettere in campo una molteplicità di percorsi e attraversamenti d’arte in virtù della pluralità delle poetiche, dei movimenti, dei linguaggi rappresentati e dei media utilizzati.

 

(1) Il fenomeno è stato recentemente analizzato da Sergio Troisi e Valentina Bruschi  nei saggi introduttivi del catalogo della mostra inaugurale di Palazzo Riso, curata da Valentina Bruschi, Salvatore Lupo, Renato Quaglia e Sergio Troisi. Vedi Sicilia 1968/2008. Lo spirito del tempo, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, Milano 2009, pp.35-59.
(2) Marina Giordano, Palermo ’60. Arti visive: fatti, luoghi, protagonisti, Flaccovio Editore, Palermo 2006, pp.141-164
(3) Ida Parlavecchio, i.redimibile. L’arte a Palermo nell’era di Internet, in op. cit., p. 53.

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