Boltanski

Christian Boltanski, nato a Parigi nel 1944, vive e lavora a Malakoff (Francia).

Il percorso artistico di Christian Boltanski, dopo la breve parentesi figurativa degli esordi, si delinea in ambito concettuale già a partire dal 1968, anno in cui espone per la prima volta al cinema “Le Ranelagh” un cortometraggio in Super 8 sulla sua infanzia.

Da quella data la rinuncia all’impasto cromatico diventa definitiva e la sua ricerca si concentra sul concetto di “tempo” inteso come transitorietà, trascorrere, inesorabile passaggio tra la vita e la morte. Raccoglie, colleziona, archivia “objets trouvés”, oggetti di materiali diversi abbandonati o perduti,  ma anche immagini fotografiche trovate per caso o ritagliate da riviste e giornali che utilizza in una sorta di collage e ready-made, come tracce di un’esistenza, reperti o reliquie di un tempo che è stato vissuto.

A partire dagli anni Ottanta la ricerca sul concetto del tempo si approfondisce focalizzandosi sul tema della morte e della memoria individuale e collettiva con riferimenti, più o meno espliciti, alla tragedia dell’Olocausto. Le sue opere acquistano una natura più concettuale e una dimensione più monumentale. A questa fase del suo percorso artistico, appartiene l’opera Monuments, parte di una serie di lavori iniziati nel 1986 e una sua versione era già stata presentata a  Palermo alla mostra “Monte di Pietà” ideata e curata nel 2001 da Sergio Troisi a Palazzo Branciforte, nell’ambito del Festival di Palermo sul Novecento. Monuments, monumenti, dal latino “monere” cioè far ricordare, ma anche far pensare, avvertire, strappa all’ineluttabile flusso della storia il volto di una donna realmente vissuta. Monumento struggente per commemorare, catturare e riscattare attraverso il ricordo la memoria di un’umanità fatta di protagonisti anonimi, ma anche moniti a riflettere sulla transitorietà dell’esistenza. Chiusa in una teca di legno, come una immagine votiva, il volto della donna lascia trasparire dal fondo altre immagini, istantanee con uomini, donne, bambini, sbiadite e logorate dal tempo, momenti di una vita quotidiana realmente vissuta che sembra emergere dall’indistinto temporale della memoria del personaggio ritratto, immagini lasciate in voto nella chiesa del Carmine di Roma che l’artista ha riprodotto e ripetuto. L’opera coinvolge lo spettatore perché rimanda alla emozione di un ricordo intimo e soggettivo.

Il coinvolgimento emotivo si intensifica nella produzione di Boltanski a partire dagli anni Novanta in poi, come ben testimoniano le installazioni Veronique e Cappotti Neri esposte entrambe alla mostra “Monte di Pietà”. In Veronique il volto della donna rimanda all’installazione Monuments infatti è lo stesso ritratto che si intravede tra le riproduzioni fotografiche sul fondo della teca. L’immagine, sgranata dall’ulteriore procedimento di riproduzione fotografica cui viene sottoposta dall’artista stesso, traspare sfocata dal telo che la ricopre come in un muto dialogo con le altre opere. Fragile ed eterea si insinua tra la stoffa ripiegata del lenzuolo, si rianima come fantasma o riaffiora come sacre sindone. L’installazioni Cappotti Neri ritorna sul concetto della transitorietà dell’esistenza umana, ribadisce e amplifica il valore emblematico ed evocativo degli oggetti, quali tracce di vita quotidiana. E come le parole nel linguaggio poetico superano il loro significato denotativo, così gli abiti di Boltanski superano la loro concreta presenza e rimandano ad un significato “altro”, alludono alla tematica della morte come assenza. Quei cappotti sono stati indossati da corpi veri, “l’odore, le pieghe sono rimasti, ma non la persona”. Il pensiero corre alla tragedia dell’Olocausto e agli orrori di tutte le guerre passate e presenti, ma quegli abiti, icone dell’esistenza umana, a Palermo diventano anche emblema e “spirito della città” delle sue vittime innocenti, delle sue ferite e delle sue sofferenze, comunicano con accenti di intensa drammaticità la volontà di non dimenticare e si affermano come tasselli di una memoria che riaffiora dall’oblio del tempo.

Agli anni Novanta va riferita anche l’installazione Théâtre d’ombres esposta, come le altre, nel 2001 a Palazzo Branciforte. L’artista vi affronta il concetto della vanitas e della morte come assenza: svanita la presenza fisica dei corpi, ne resta solo un vago ricordo, un’ombra, appunto. Profili e silouette tremano e si muovono sulle pareti dove vengono proiettate, creando un’atmosfera sospesa tra incubo notturno e magico teatro delle ombre, in un’ambivalenza voluta e cercata dall’artista. L’ambientazione magica e spettrale desta curiosità, fascinazione, stimola lo spettatore, sarà poi lui a leggerne il senso tragico della precarietà dell’esistenza o il magico gioco delle ombre dell’antica tradizione popolare e a Palermo quest’opera acquista significati ulteriori, collegandosi da un lato alla tradizione del teatro dei Pupi e dall’altro al tema del Trionfo della Morte.

I temi della sua ricerca tornano ad intrecciarsi, nel 2007, in un’installazione appositamente realizzata dall’artista, a Bologna, per il Museo della Memoria di Ustica, utilizzando oggetti personali appartenuti ai passeggeri del Dc9 e “lapidi” di carta, non in marmo, quindi da sostituire continuamente, a perenne ricordo della strage. Così come ritornano, nel lavoro site specific pensato per l’Angar Bicocca di Milano, nel 2010, gli abiti, questa volta ammassati, e il coinvolgimento dello spettatore che, a fine mostra, può portarne via, indossarne, qualcuno e conferirgli nuova vita.

Rosaria Raffaele Addamo